Storie

Tornare a casa

Michael Cunningham - New York
Tornare a casa

Come molti ragazzi gay, ho vissuto una parte della mia infanzia di nascosto. Vivevo un’esistenza apparentemente normale: scuola, feste di compleanno, viaggi in famiglia e tutto il resto. E poi ne vivevo un’altra, interiore, oscura, nata prima che io me ne rendessi conto. Con la sensazione che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato dentro di me. Di stare interpretando un personaggio. Di dover tenere la mia stranezza per me, altrimenti sarebbe stata la fine.

Era un po’ come avere un amico immaginario sgradito, uno di quelli che continua a ronzarti intorno anche se ne detesti la compagnia.

Come molti ragazzi gay, sono diventato bravo a fingere di essere quello che non ero. Avevo imparato il «normalese» fino a diventare un madrelingua.

Alla fine ero entrato talmente nella parte che al liceo avevo un gruppo di amici e persino una ragazza. A volte pensavo che quell’odioso amico immaginario, il mio personalissimo Gollum, fosse andato via per sempre. Ma era ancora lì.

Ho fatto di tutto per tenerlo nascosto. Sono diventato il massimo della normalità. Andavo bene a scuola, uscivo, sghignazzavo coi miei amici sulle ragazze e tutte le cose che avremmo voluto farci. E sì, ridevo alle battute sui gay.

Eccomi qui, un normale sabato sera passato a ubriacarmi coi miei amici Craig, Peter, Bronson e Rob.

«Le tette di Linda sono diventate enormi quest’estate. Ballano un bel po’.»

«Io mi ci farei un giro.»

«Sì, sogna, amico.»

«Io invece mi farei un giro sul culo di Vicky.»

«Sei una faccia di culo.»

«Sono una faccia… sotto il culo di Vicky.»

«Frocio!»

«Frocio sarai tu!»

«Sì, certo.»

«Chi l’ha detto prima?»

«Vaffanculo!»

«Ti piacerebbe, eh.»

«Qui dichiaro solennemente che mi farò Linda entro il giorno del Ringraziamento.»

«Sogna sogna, frocetto.»

Non importa chi di noi avesse detto cosa. Stavamo tutti attingendo alla stessa sceneggiatura.

Mi sentivo una spia in un paese straniero. Dovevo imparare alla perfezione i loro usi e costumi, o la mia vera identità sarebbe stata svelata e sarei stato cacciato. Ero un fascio di nervi praticamente sempre.

Non ho rivelato a nessuno di essere gay finché non sono andato via per frequentare l’università. Lì potevo essere una persona diversa, diventare amico di sbandati e atei, di quelli che amavano David Bowie e si vestivano in modo strano e andavano nei bar di San Francisco nei weekend.

In un certo senso, per me è stato l’inizio della vita vera.

E però. Un inizio prevede una fine. Sentivo di non poter più tornare a casa. Non potevo più comportarmi come il ragazzino che ero al liceo, ma non potevo nemmeno presentarmi come il nuovo me stesso. Quando ero costretto a tornare a casa per le vacanze, non vedevo nessuno dei miei vecchi amici. Loro hanno pensato che fosse snobismo, che li avessi dimenticati ora che frequentavo un’università prestigiosa.

Quello che volevo dimenticare, naturalmente, era quel ragazzo perennemente spaventato, quell’impostore.

Mi sono detto che non importava, avevo una nuova vita, dopotutto. La mia storia era iniziata a diciassette anni. Tutto quello che c’era prima era stato bene o male cancellato. L’agente segreto era tornato in patria.

Sono passati alcuni anni. Ho pubblicato un romanzo, Una casa alla fine del mondo, su un ragazzo gay innamorato del suo migliore amico etero.

Non era più un segreto, lo stavo portando nel mondo esterno. In un’intervista alla radio Terry Gross mi ha chiesto se fossi uno scrittore gay e io le ho risposto di sì.

Dopo essermi molto interrogato, ho deciso di mandare il libro a Craig, Peter, Bronson e Rob. Non volevo più nascondere il mio passato.

Dopo qualche settimana ho ricevuto una telefonata da Craig.

«Ehi, amico, il libro era bellissimo.»

«Davvero?»

«Sì. Ma passerai da Los Angeles?»

«Sì, per Natale.»

«Bene, beviamoci qualcosa quando torni.»

«Ok, mi piacerebbe.»

Ci siamo visti davvero, noi cinque. Eccoci qui in un locale pieno di festoni e luci intermittenti.

«E così sono gay. Sorpresa!»

«Lo sapevamo.»

«No che non lo sapevate.»

«Uhm, più o meno lo sapevamo.»

«Ehi, basta che non ci provi con me.»

«Scherzi, sei orrendo. Non ci proverei mai con te.»

«Chissà che palle, portare sempre una maschera…»

«Mica faccio il travestito.»

«Ah ah.»

«Questo vuol dire che non possiamo più parlare di donne quando esci con noi?»

«Ma no, parlate di figa quanto vi pare.»

«Ehi, carina, la cameriera.»

«Sì, sogna, amico.»

«Io preferisco il tipo seduto al bancone.»

«Quello coi baffi?»

«Esatto.»

«Sarebbe il tuo tipo?»

«Non ho un tipo. Ma quello lì è carino.»

«Dai, vai a parlarci.»

«Non rimorchio nei bar.»

«Giura.»

«Be’, a volte sì. Ma quello è etero.»

«E tu come lo sai?»

«Lo so e basta. Lo chiamiamo gaydar.»

«Hai un ragazzo?»

«Sì, si chiama Mark.»

«Portalo la prossima volta.»

«Volete davvero conoscerlo?»

«Ehi, certo che sì.»

E così via tutta la serata.

La volta successiva ho portato anche Mark e Craig e Rob hanno portato le loro fidanzate. Peter e Bronson erano ancora single.

La nostra amicizia si è allentata, come molte amicizie d’infanzia. Ogni tanto ci telefoniamo. Ricevo biglietti di auguri a Natale con foto delle loro famiglie.

Sono stato fortunato, più fortunato di molti ragazzi gay. Ma ricordo ancora, e lo ricorderò per sempre, il continuo senso di paura, la sensazione che quel segreto oscuro dovesse rimanere tale per sempre. Così come accade a molti uomini che un tempo sono stati dei ragazzi omosessuali.

E ricorderò sempre che sono stato più amato e più profondamente conosciuto di quanto avrei mai potuto immaginare.

Michael Cunningham vive a New York ed è autore, tra gli altri, dei romanzi Una casa alla fine del mondo, Carne e sangue, Le ore (vincitore del Pen Faulkner Award e del premio Pulitzer) e Giorni memorabili. Il suo ultimo romanzo si intitola Al limite della notte.

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