Storie

Per vedere la guerra finire

Cristiana Alicata - Roma
Per vedere la guerra finire

Di notte mi guardavo le mani nell’ombra prima di dormire. Le spalancavo e memorizzavo le proporzioni tra il palmo e le dita.

Poi chiamavo: «Papà, l’acqua».

Lui saliva e giocavamo a dama, e questa era la seconda fase della sera. La prima prevedeva che lui contasse fino a cinque, che si conta così: uno due tre quattro quattroeunquarto quattroemezzo quattroetrequarti. A quel punto io ero già in cima alle scale e i miei calzini avevano spolverato la superficie di legno diventando perfettamente bicolori. L’enorme fotografia di un bosco innevato faceva da sfondo alla mia salita verso il sonno. L’aveva fatta papà quando era un alpino e spingeva i muli sulle montagne di confine: si andava a sminare la patria, nel dopoguerra.

«Buonanotte» diceva lui.

«Vieni, dopo?» dicevo io, immancabilmente.

Io facevo domande che lui, da piccolo, non faceva. Quando era bambino, i tempi supplementari dopo la buonanotte non erano previsti. Quella richiesta cambiava la prospettiva del tempo, delle relazioni, delle gerarchie, persino della democrazia. Avevamo un modo orizzontale di essere padre e figlia. Io lasciavo che lui fosse l’autorità e lui si divertiva a non esserlo.

Non rispondeva e restava curvo con il naso dentro le sue carte e in testa il tarlo di mamma malata che dormiva nella loro stanza, accanto alla mia.

Insomma m’infilavo nel letto – mi guardavo la mano domandandomi quanto ancora sarebbe cresciuta – gli chiedevo dell’acqua e lui non poteva rifiutarsi di eseguire questo servizio essenziale, era un criterio di giustizia universale che lo faceva diventare giusto come un cartone animato.

Quando arrivava, mi trovava seduta nel letto, il cuscino tra il muro e la schiena, gli occhi spalancati come se fossero ventose per trattenerlo.

A quei tempi vivevamo appena fuori Bergamo, a Stezzano, settecento chilometri da Roma.

Eravamo emigrati per lavoro: papà prima lavorava a sud di Roma, ad Aprilia.

Della fabbrica dove lavorava – come delle altre tutto intorno – è rimasto lo scheletro, carcasse vuote di cemento armato lungo la via Pontina e la via Nettunense, teschi che le intemperie attraversano per eroderli, distruggerli, bagnarli, farli ammuffire e poi marcire, e infine crollare. Il paesaggio postatomico di Ken Shiro.

Stezzano invece era umidità – parente stretta della nebbia – che saliva dai fossi lungo le interminabili statali, campi sterminati di pannocchie abitati da enormi mostri meccanici che distribuivano acqua, cascine con i cortili interni in cui io e papà ci infilavamo nei pomeriggi domenicali ad ascoltare i silenzi, e le mie ginocchia sbucciate sulla strada ancora non asfaltata del complesso di villette a schiera appena costruite dove papà volle prendere casa, come se Stezzano fosse la California e noi una famiglia americana che la domenica taglia l’erba, fa il barbecue e grida al cane di non abbaiare troppo alle macchine che passano.

A Stezzano la mamma si aggravò. Dopo avere tentato di finire gli esami universitari facendo la spola con Milano, si arrese al suo pozzo nero. Annegò nella malattia, al buio. Quando avevo quasi dieci anni, era talmente sepolta dalle voci, che un giorno entrai nella loro camera da letto, aprii l’armadio, misi una camicia di mio padre, la cravatta, i suoi calzini, le sue scarpe estive e una giacca e andai in chiesa senza che lei se ne accorgesse.

Immaginate di vedere una bambina soprannominata maschiaccio e terrona, figlia dell’ingegnere venuto dal Sud, che un pomeriggio esce vestita da suo padre e si presenta dal prete chiedendo di fare il chierichetto. Immaginate la vicina pettegola che sbuca dalla tenda della sua cucina. Tutti si domandavano cosa avvenisse in casa nostra: mio padre usciva al mattino per rientrare la sera, io andavo a scuola da sola, tornavo a pranzo e nel pomeriggio uscivo a giocare per strada. La sera – quando tutte le madri tranne la mia si erano affacciate alle finestre delle cucine gridando «L’è pronto» – rincasavo per la prima tornata serale di cartoni animati, in attesa che papà arrivasse e cambiasse canale sul notiziario.

«Te pode mia» rispose il prete in dialetto bergamasco. Non puoi. Ci fronteggiammo brevemente in sacrestia, mentre si liberava dei paramenti. Un prete alto e molto vecchio e una bambina vestita da suo padre.

La mia richiesta di fare il chierichetto non aveva nulla a che fare con la fede. Aveva a che fare con Tamara che andava sempre a messa. Tamara aveva le lentiggini e io avevo dieci anni.

Un giorno lo dissi a mio padre. Andò più o meno così:

«Papà, posso dirti una cosa e mi giuri che la capisci?».

Forse era un sabato e, come spesso accadeva, eravamo al supermercato che decidevamo quali patatine comprare per mangiarle di fronte alla tv guardando Supercar. Io preferivo quelle al formaggio. O forse era uno di quei sabati in cui stavamo ancora finendo di costruire la mia bicicletta con del materiale raccolto da un ferrovecchio. L’avremmo poi dipinta di giallo. Di sicuro, era uno di quei sabati in cui mi portava ancora in spalla perché ero un’acciuga e pesavo pochissimo.

«Cos’è quel mucchio di foto ingiallite?» chiedi.

«È Marcello. Il mio ultimo fidanzato» rispondo.

«Carino.»

Tu hai sempre gli occhi belli, larghi di curiosità.

«Spiaggia di Lampedusa, aveva due occhi meravigliosi, quasi come i tuoi.»

«Avevi i capelli lunghi» dici.

Stanno tutte insieme le foto di quegli anni come se contenessero il segreto di una nascita.

«E poi cos’è successo?»

«Credo di avertelo raccontato decine di volte.»

«Raccontamelo ancora.»

Ventisette anni fa, all’età di dieci anni, dissi a mio padre che ero innamorata di una bambina pallida, con i capelli lunghi che davano sul rosso e un mucchietto di lentiggini intorno al naso. Non la prese molto bene e io non presi bene la sua reazione perché continuai – per anni – a negare quello che era già più che evidente.

Mi innamoravo perdutamente – e continuamente – e poi andavo a sbattere contro quell’affettuoso: «È impossibile». Te pode mia.

Dopo Tamara, accadde con Cristina, che si strappava i capelli per il nervoso davanti al mio banco in prima media. Li arrotolava intorno al dito e poi tirava. Io le davo calci alla sedia, non fu un bel modo di provare a farla innamorare.

Poi con Silvia, arrivata a metà della seconda media, che adorava Michael Jackson, e infine con Barbara, che incontravo ai giardinetti e aveva gli occhiali tondi, e il suo volto si sovrappone ancora all’odore del pane che all’alba andavo a comprare appena sfornato.

«Poi lo sai.»

La separazione, il crollo della mamma, il ricovero lunghissimo in clinica, la nuova relazione di papà. Poi la fuga da casa, i carabinieri, gli assistenti sociali, il tribunale dei minori e infine il silenzio.

Io e mio padre non ci siamo più visti se non in rarissime occasioni. E comunque mai come prima di quel sabato, sempre che fosse un sabato. Non abbiamo più fatto la lista della spesa insieme, riparato biciclette, mangiato la pizza bianca al capolinea della funicolare di Bergamo, camminato in montagna di buon passo, ficcato il naso nelle cascine, riso per la storia del Colleoni che aveva tre palle.

Tu mi fai una carezza nel punto in cui quell’«è impossibile» si è piantato, come una pallottola alla tempia. È rimasto solo il buco adesso.

Il proiettile l’ho tolto una notte in Alto Adige – avevo diciannove anni – quando un bacio che trovò labbra dall’altro lato sciolse l’incantesimo durato nove anni, come se mio padre fosse stato uno stregone e con quell’«è impossibile» avesse congelato tutto, come se io fossi la bella addormentata delle favole che si sveglia – o un brutto anatroccolo tutto nero che si specchia e scopre all’improvviso di essere un cigno.

Ho il ricordo vivo di quel momento, come se conservassi una memoria di guerra e rammentassi l’arrivo della pace, come se, alle porte della città, avessi scorto arrivare – prima di chiunque altro – la fila di liberatori che si avvicinava e quella rotta dei nemici che fuggiva all’orizzonte. Come se fosse toccato a me gridare a tutti: «È finita! È finita! Uscite di casa, scendete in strada, è finita!».

C’è una foto, in mezzo alle altre, in mezzo a tutti gli amori venuti dopo. In mezzo alla barba rossa di mio padre, 90 alla mia foto in cui sembro un maschietto sulla bmx, agli occhi di Marcello su una spiaggia bianchissima, alla smorfia di Giulia che mi ha tenuto per dieci anni sul cuore, prima di te. È una foto in tempo di pace.

Ci siamo io e te.

«Guarda» dico.

«Ma queste siamo noi due l’estate scorsa.»

È per quei momenti che vale la pena. Per vedere arrivare la libertà, per vedere la guerra finire, per vivere in tempo di pace.

Cristiana Alicata, 1976, vive a Roma (dopo numerosi traslochi su e giù per l’Italia) ed è ingegnere meccanico. Scrive libri (Quattro, 2006; Verrai a trovarmi d’inverno, 2011) ed è tra gli editori della rivista imille.org. Il suo blog (dove dice la sua su politica e attualità) è www.wordwrite.wordpress.com. Lavora alla Fiat come responsabile commerciale.

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